L’onestà e l’indipendenza della poesia oggi in Italia

L’onestà e l’indipendenza della poesia oggi in Italia.

Di Valentina Calista.

La poesia, quando essa è ben radicata nella sua vera natura poetica, è sempre attuale. Ma non voglio qui parlare dell’attualità del testo poetico, piuttosto voglio riflettere nel tentativo di cogliere i segni della sua funzione ed evoluzione attuale nel sociale, nella quotidianità, nell’ identità di un paese chiamato Italia. La funzione della poesia nel mondo contemporaneo spesso viene sottovalutato. Dato storico è che il poeta non ha mai vissuto di danaro. Bene, non sarebbe un poeta. Ma in Italia talvolta è possibile anche questo perché il poeta (tutto italiano e contemporaneo) tranne alcuni rari casi, gode di un’ aurea di prestigio totalmente legata al marcio universo accademico, quello delle università popolate dagli innumerevoli “baroni”. Forse è ora di far uscire la poesia dalle università italiane, forse sarebbe anche ora di togliere questa veste istituzionale alla poesia come status dell’uomo di cultura. La poesia non è semplice frutto della cultura coatta. Essa è la massima esponente delle arti, e come sublime pratica artistica, poi di cultura, dovrebbe godere di un certo rispetto prima di tutto umano. La poesia è un’azione sociale, artistica, etica. Mi capita spesso di leggere testi poetici di autori italiani “affermati” che con tutta l’aria cementata in uno spicciolo intellettualismo, vanno girando anche in programmi televisivi, spesso canali privati, proclamando la lo arte poetica come quella novità, come quella raffinata e colta sostanza letteraria che sicuramente vedremo anche in taluni manuali scolastici. Anni fa intervistai per la mia tesi di laurea la poetessa Alda Merini. Sottolineando il mio immenso amore per questa donna, poi autrice (ricordate bene questo binomio “donna-autrice”/ “uomo/autore”) vorrei riportare qui la sua risposta alla mia semplice domanda «Cosa pensa della poesia di oggi e dei giovani scrittori?». Lei mi rispose semplicemente : «Scrivono tutti e non dicono quasi niente… ma io non me ne curo più».

Ecco la questione. Caro lettore, la mia vuole essere una pura riflessione su ciò che è fondamentalmente una visione olistica della letteratura e dunque della vita . La letteratura può, anzi deve, rientrare in questa visione. Il problema è la coscienza e la consapevolezza dell’autore contemporaneo. Tralasciando i virtuosismi della critica letteraria che spesso riduce a sterile “materiale” il testo poetico proclamando la sua indipendenza dall’autore (a mio avviso non c’è massacro letterario più grande), io vi chiedo in modo diretto e semplice : «come può una poesia essere tale, se l’animo dell’autore che la compone non è onesto e coerente con se stesso? È qui che entra in gioco la famosa onestà della poesia di cui tanto Saba parlava? La risposta è certamente sì. Possiamo parlare quindi dell’ “onestà poetica” come quella fortissima corrispondenza (quando è vera) tra la poesia e il poeta, il binomio prima citato “uomo/donna- poeta”. È la perfetta e rigorosa correlazione tra la poesia (onesta) e la vita (o visione della vita) del poeta. Saba metteva a confronto due grandi autori dell’epoca: Manzoni, con Gli Inni Sacri e l’Adelchi, e D’annunzio, con le Laudi. Il primo portava con sé il verso umile di chi non vuole superare se stesso e la propria anima, restando in quella così cristiana umiltà che rende la semplicità del verso espressione altissima di bellezza, il secondo era trainato dall’eccentrico virtuosismo del superomismo, rendendo i versi preziosamente sonori ma onestamente poco umani. Eppure è sempre presente l’abisso tra valore etico e valore estetico tanto da far apprezzare “esteticamente” al vecchio Saba, D’Annunzio piuttosto che il Manzoni, e di questa contraddizione Saba ne era consapevole. Nel mondo contemporaneo potremmo utilizzare questo semplice criterio per valutare le poesie che amiamo leggere ma soprattutto quelle che vogliamo scrivere. Non si può scrivere poesia senza portare nell’attimo pensante, prima della scrittura, l’onestà poetica. Spesso mi capita di leggere autori le quali parole purtroppo (o per fortuna) scivolano sulla mia attenzione e lentamente, allontanandosi dal centro del sentire, spariscono senza lasciare traccia. Questa non è corrispondenza tra poesia e poeta perché laddove essa è presente, inevitabilmente l’emozione (se pur sommessa) si aggancia al gusto e all’animo del lettore. Ma come la contraddizione tra etica ed estetica insegna, spesso la critica letteraria si abbaglia dinnanzi all’altezza sonora dei versi carichi d’intenti intellettualistici soltanto perché portanti un nome già monopolizzato dal sistema accademico o editoriale italiano, tralasciando e sottovalutando la semplicità della bellezza che spesso i versi di molti altri autori hanno lasciato nella storia letteraria. Per non parlare delle nuove generazioni di giovani scrittori che devono fare i conti (in Italia) con il muro di cemento armato di editori (la maggior parte dei quali a pagamento), università (docenti accademici, baroni, ecc.ecc.), corsi e scuole di scrittura creativa e workshop per “diventare” scrittore, poeta, (come se la scrittura fosse una materia da modellare a piacimento con certezza di riuscita), programmi radiofonici pilotati dal sistema del monopolio editoriale e televisivo (Sei un giovane scrittore con tutte le carte in regola? Non ce ne frega nulla se non hai qualcuno che ti presenta come “nuova e geniale scoperta” dell’editoria). Già, perché in Italia scrivere è diventato uno status symbol, fa tendenza, appare “intellettuale” aver scritto un libro e si vede sui volti dei molteplici autori che si celano dietro i tanto spudorati occhiali dalla montatura nera e grande, tanto in voga e di dubbio gusto.

Si pubblica tanto e “di tutto un po’”: la qualità è spesso accantonata per dare spazio a nuove voci che romanzano ogni aspetto della vita, persino quello culinario. Ormai in Italia si ama romanzare e la poesia, specialmente quella onesta, sta morendo nella morsa del grande monopolio della cultura: fare poesia in Italia purtroppo (spesso) non vuol dire essere indipendenti: circoli culturali, case editrici come sette, calendari per Natale con poesie proprie (a pagamento) , cene di poeti e poetastri, quote associative da pagare affinché una tua poesia possa entrare nella nuova antologia dell’anno, pedinare gli “autori affermati” a tutte le manifestazioni culturali, festival, presentazioni in libreria, per lasciare loro qualche cosa da poter “visionare”, scrivere decine e decine di e-mail a persone, redattori, direttori di riviste di saggistica letteraria (forse un po’ in questo settore ancora ci si salva perché nel saggio si parla di altri), direttori di case editrici, riviste on-line che tutti i giorni si prolificano per dare spazio a “nuovi talenti”. Le poltrone della cultura italiana sono ancora piene di persone che con la cultura hanno a che fare ben poco, soprattutto se parliamo di cultura di qualità. Ho parlato di poesia perché è quello che amo ed è la strada che ho voluto tracciare per la mia vita, la poesia onesta però. L’indipendenza e l’onestà della scrittura è per me qualcosa per cui vale la pena ancora combattere, specialmente in questo paese.

Questo articolo è già apparso qui: http://valentinacalista.wordpress.com/2013/03/29/lonesta-e-lindipendenza-della-poesia-oggi-in-italia-di-valentina-calista/

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